Memoria in rete

Luoghi fisici, Luoghi virtuali

Ai luoghi fisici corrispondono quasi sempre siti web, ormai strumento ordinario di comunicazione ed autorappresentazione. Non è sufficiente, tuttavia, pensare il fenomeno come passaggio “naturale”, semplice appropriazione di modelli tecnologici e adeguamento alla pervasività del virtuale. E’ noto che il digitale, così come è stato per tutte le innovazioni tecniche applicate alla conoscenza e alla comunicazione, è uno strumento potente di trasformazione della cultura. Qui, lasciando ad altri luoghi l’interpretazione di quali e quanti mutamenti generali ne derivino, fino a modificare le stesse forme del pensiero, è utile un cenno ad alcune implicazioni di strumenti inediti di trasmissione della memoria del passato. Non è sufficiente pensare a una corrispondenza biunivoca tra luoghi fisici – giacimenti di beni culturali, musei, segni del passato di varia natura – e digitalizzazione di documenti e immagini, costruzione di siti web… Cresce la fruibilità, in modo progressivo, parallelamente all’affinarsi delle tecnologie, ma cresce anche il numero dei soggetti che producono memoria, pubblici e privati, insieme le potenzialità della ricerca, con la facilitazione del reperimento dei dati. Il concetto di rete è in uso per definire semplicemente quello che viene collocato e reperito sul web, ma la “ragnatela” delle memorie è un sistema di relazioni. Un sovrappiù di valore può derivare dalle possibilità di interrogare il sistema, costituito dai nodi della rete. Sempreché la ricchezza del paesaggio dei luoghi di memoria virtuale non sia enfatizzata, fino a renderlo sostitutivo. Il valore del rapporto con i luoghi fisici della memoria comprende anche la loro capacità il coinvolgimento di tutte le facoltà dei soggetti. Il riferimento qui è ad una tipologia particolare di memorie, che restituiscono alle comunità spezzoni di un vissuto doloroso – i lutti – ma anche di una fase storica che è un inizio – il cammino verso pace e democrazia, che appartiene alle vecchie e alle nuove generazioni. In una fase storica, quella attuale, di scarso rispetto per la cultura e declino del senso della collettività, è utile far interagire i nuovi spazi con la tradizione, far dialogare presente e passato attraverso tutti i linguaggi possibili.

 

Memoria e luoghi

La letteratura sui luoghi della memoria ha da alcuni anni una fortuna crescente. Se ne occupano le istituzioni, la scuola, studiosi sia di area storica che antropologica. Fenomeno nuovo, almeno per le dimensioni, è il turismo scolastico e culturale, che investe anche le politiche economiche, oltre alle strategie di specifica pertinenza della cultura. L’interesse più recente va di pari passo con l’intervento pubblico sulla memoria nazionale, di cui è espressione il numero crescente delle date del calendario della memoria. Nel numero monografico del 1995 di “Parole chiave”, la rivista diretta da Claudio Pavone, La memoria e le cose, si confrontavano tesi diverse sul significato dei luoghi della memoria, nonostante il lungo tempo trascorso, ancora attuali. Tra questi, il saggio di Sarah Farmer Le rovine di Oradour-sur-Glane, paese della Francia che era stato completamente devastato nel 1944, teatro del massacro di 642 persone, compiuto da SS tedesche. E’ un luogo di memoria del tutto particolare, attinente alle politiche – e poetiche – del ricordo francesi (una legge del 1946 stabilì che le rovine rimanessero a testimonianza degli orrori, guardate dall’alto dalla nuova città che si doveva costruire). La cornice teorica e storica, che l’autrice disegna intorno al tema, ha un valore che oltrepassa i confini di questo caso e della Francia, per noi con un’utilità marginale notevole, se comparata al caso italiano. Scrive Sarah Farmer: Dopo il 1945, gli europei che avevano il compito di commemorare la storia recente abbandonarono il loro tradizionale culto dei caduti in guerra impegnandosi in uno sforzo senza precedenti per segnalare e salvaguardare i siti e le tracce della distruzione. L’indicazione dei luoghi in cui si erano svolti avvenimenti importanti ebbe la priorità sull’erezione dei tradizionali monumenti. In Francia, per esempio, targhe commemorative indicano i posti in cui le vittime e i combattenti morirono: i luoghi dei faits de guerre della resistenza, le località delle atrocità contro la popolazione civile e i punti esatti dove la gente venne fucilata. Furono “salvaguardate” intere zone dove erano stati commessi eccidi, come nel caso dei villaggi martiri di Oradour e Ridice (Repubblica Ceca); e lo stesso avvenne per i punti in cui gli americani erano sbarcati nelle spiagge della Normandia; per gli hauts lieux de la Résistance nel Vercors; per i campi di concentramento nella Germania occidentale e orientale, in Austria e in Polonia. In effetti, in Francia, nuove memorie hanno lasciato spazio precocemente a monumenti o targhe a ricordo di episodi della Resistenza e delle deportazioni, sovrastando rapidamente quelle della Grande guerra. L’Italia è stata a lungo esempio opposto, di un vuoto di segni di memoria della II guerra mondiale, a fronte di Parchi della Rimembranza o almeno lapidi con i nomi dei caduti della I, che erano stati posti e rimangono, anche nei più piccoli centri. L’eredità che raccogliamo sembra portare i segni di una tenace resistenza italiana a “fare i conti” con il proprio passato. E’ recente il fenomeno di “scoperta” luoghi della memoria di stragi e lutti, lasciati dall’ultima guerra, ora con monumenti imponenti – un esempio Basovizza in ricordo delle foibe –, ora con Parchi della pace – Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema – ora con la costruzione di sentieri della memoria, nelle montagne teatro della guerra partigiana. Ne discendono anche trasformazioni del paesaggio e degli ambienti urbani. Singolari alcuni casi di Musei diffusi (il Parco della Linea Gotica, i Musei diffusi della Resistenza di comuni della provincia senese e pisana –un esempio quello di Castelnuovo Valdicecina). In Piemonte, le “pietre d’inciampo”, nella pavimentazione stradale, segnano luoghi di arresto o uccisione di vittime di persecuzioni politiche o razziali. Accanto a questo genere di scelte, la creazione o la valorizzazione di Centri di documentazione pubblici, presso Enti Locali, di Associazioni e Fondazioni. Caso a sé, quello della rete nazionale degli Istituti storici della Resistenza. I primi nascono nell’immediato secondo dopoguerra, con densità regionale rapportata alla rilevanza della guerra partigiana (dunque all’origine fenomeno prevalentemente del Nord e del Centro), ma nel corso della storia dell’Itala repubblicana il loro numero si è di molto accresciuto. Tutti quelli citati sono luoghi fisici, cui è affidata la conservazione di memorie “di carta”, immagini fotografiche, media e reperti di varia natura, sedi di studio e di attività didattiche, che si sono aggiunte alle istituzioni tradizionalmente deputate alla custodia di beni culturali – biblioteche e archivi pubblici – e alla ricerca – Università. Proprio dalla pluralità di questi luoghi, ma anche dalla diseguale distribuzione territoriale sorge l’esigenza di migliorarne la fruibilità. E’ in questi luoghi che si realizza l’incontro più fecondo tra storia e memoria.

 

 

Memoria-Storia-Memoria

Memoria individuale/memoria collettiva. Tema attuale, che richiede un’attenta riflessione ora, mentre si sta chiudendo “l’era del testimone” (Annette Wieviorka,L’era del testimone, Ed.Cortina 1999)e si è nel cuore di una nuova retorica della celebrazione degli eventi del passato. Qui si sono messi a fuoco i luoghi della memoria di un segmento del nostro recente passato: le tacce lasciate dagli eventi della II Guerra mondiale, su cui si è esercitata in Toscana la volontà di ricordare, studiare, comprendere.
La guerra ha lasciato anche silenzi e vuoti, accanto a celebrazioni. Contiene al suo interno la grande complessità derivante dal suo essere guerra totale: insieme episodi appartenenti alla storia militare e le emergenze che toccano nel profondo la vita civile, devastata, soprattutto nell’ultimo tratto, da stragi e distruzioni. Dunque memorie di lutti, che tuttavia, a partire dal settembre 1943, si accompagnano alle testimonianze di scelte di Resistenza. A una distanza di ormai sessantacinque anni, come ovunque, il contatto con gi eventi è un filo sempre più tenue. Soprattutto per le nuove generazioni, gli anni di guerra sono un passato remoto. Nel tempo, se ne è ricostruita la storia con approcci diversi, diverse domande, tentativi diversi di interrogare le fonti. Resta molto del patrimonio di testimonianze consegnato dai protagonisti, non si può dire conclusa l’operazione storica. Sempre complesse la relazione – l’incrocio – tra testimonianze e lavori degli storici, la definizione delle relazioni e dei confini tra le une e gli altri. Tuttavia, i caratteri specifici di oggi: invadenza della costruzione di narrazioni pubbliche sul recente passato, tendenza alla sollecitazione di momenti celebrativi, talora come pure “liturgie” avvertono della necessità di trovare strumenti per interpretare il contributo che può offrire la delicata intersezione storia-memoria, in una fase di invadenza dell’uso pubblico della storia. Sul versante delle memorie, fenomeno nuovo è quello dell’emersione di memorie di testimoni/protagonisti all’epoca bambini.
Tra gli interrogativi che si sono manifestati e sovrapposti, nel corso del tempo, la domanda sul rischio di un eccesso di memoria. Musealizzazioni, posizione di segni sul territorio (musei diffusi, cippi e lapidi), creazione di siti web, nascita di Centri di documentazione, promossi da Enti locali e privati, danno senso a interrogativi come questo.
L’attualità, intesa come le settimane in cui questo Luogo virtuale entra in rete, contiene l’improvvisa, nuova apparizione del negazionismo – la Shoàh come invenzione – che scuote, fino a provocare proposte di legge sulla verità storica. Sono occasioni come queste a suggerire di “prender posizione” anche ai non addetti ai lavori su temi nient’affatto estranei alla vita civile. Perdita di memoria collettiva e carenza di storia danno voce agli “assassini della memoria” (Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, Viella 2008). Può andare oltre la specifica questione Shoàh il pensiero di Adriano Prosperi (ottobre 2010):
La storia come ricerca del vero e la memoria come dimensione del ricordo sono realtà diverse: ma vivono quando sono legate insieme da una tensione speciale. C’è stato il tempo dei testimoni e dei superstiti. E poi c’è stata la verità delle carte. Oggi è il tempo di scegliere con decisione la via giusta per opporsi alla minaccia della distruzione della memoria.
E’ anche da questa fotografia dell’esistente che ha preso forma il progetto della Rete, che non vuole proporre letture originali o fonti inedite, ma solo dare un contributo alla relazione tra quanto si è detto, scritto, costruito e si continua a produrre; tra paesaggi reali e virtuali; tra specialisti e pubblico.